Patentini e conferme.

Il post sul patentino di voto ha portato con sé la prevedibile ondata di commenti negativi. Me l’aspettavo: l’argomento è così caldo da non permettere (ancora?) di parlarne con franchezza, e ammetterne i limiti come quelli esposti nel mio post. Mi limiterò giusto a rispondere alle due critiche che mi sono state mosse. Scriverò a casaccio, probabilmente, ma preferisco tirare fuori tutto e subito.

Piuttosto aprioristicamente mi si è accusato di voler “permettere il voto agli imbecilli”, impuntandosi su presunte fallacie logiche nel mio discorso. Si è riso, convinti della visione distorta suggerita. C’è chi ha riso della discussione nata perché “non riesci a fare una discussione logica”, paragonandomi a un incidente stradale a cui si dà attenzioni morbose, solo per vedere l’effetto che fa a essere fuori di lì.

Io preferisco non ragionare di loro, e darò un nome proprio alle cose. Il sistema democratico è in crisi, il problema del calo di corrispondenza tra i principi democratici e la qualità dei governi eletti è reale, non certamente riconducibile a un singolo partito.

Pretendere la sola capacità di leggere, scrivere e contare è, per me, palesemente ridicolo.

Sono dell’idea che un conto sia l’alfabetizzazione, un’altra la capacità di sviluppare una coscienza politica sufficiente a comprendere le conseguenze dei voti, alla pari della consapevolezza delle reazioni alle nostre azioni.

In un articolo del 2016 de Il Post si riporta un pezzo di David Harsanyi, giornalista del Washington Post. Egli sostiene che per evitare il collasso della democrazia, si potrebbe tranquillamente introdurre un test di educazione civica.

Se il voto è un rito consacrato della democrazia, come spesso sostengono i progressisti, è giusto che la società abbia delle pretese minime su chi vi partecipa; e se la cittadinanza è un valore sacro, come sostengono i conservatori, allora si può pretendere da un potenziale elettore lo stesso livello di informazione di un potenziale cittadino. Introduciamo un test per gli elettori: l’esame di educazione civica usato per ottenere la cittadinanza andrebbe benissimo.

David Harsanyi

Come scrive anche il Post, quella del giornalista è una proposta provocatoria. Concedetemi di partire da questa provocazione per far capire dove voglio arrivare.

Chiedere competenze su un determinato argomento non è sbagliato in sé. È assolutamente comprensibile, specialmente quando si ha a che fare con la salute o il benessere della nazione. Di sicuro non mi farei visitare da chi non ha titoli e competenze, se sospettassi di soffrire qualche patologia particolarmente grave. Potrei farmi consigliare, e accettare il consiglio, se e solo se questo consiglio rientrasse nel “vai da un medico”. La cronaca si è popolata anche in tempi non sospetti di ciarlatani che hanno promesso cure miracolose. È il modo in cui lo si chiede, il contesto in cui nasce, a creare problemi.

Ha senso, a mio avviso, sapere ciò che verrà affrontato nelle urne. Non siamo nuovi a quei commenti estemporanei, di cui spesso alcuni politici si fanno portavoce amplificandoli, secondo i quali abbiamo avuto “governi non eletti dal popolo” e invitavano a umettare le matite copiative “perché così il voto resta davvero indelebile”. Per la legge dei grandi numeri, sono convinto che ancora adesso ci sarà qualcuno che parlerà di presunti omaggi in denaro dati giornalmente a immigrati “che altro non fanno che stuprare e uccidere a spese nostre”. Frasi così mi fanno inorridire.

Quindi sì, una sana educazione politica può essere un primissimo passo che porterebbe ad avere una buona consapevolezza politica. Ma così come saper leggere, scrivere e contare sono solo strumenti di base, anche la sola educazione civica non è sufficiente, finché mancherà lo spirito critico.

Sono dell’opinione che il voto dovrebbe restare un diritto di tutti. Vi cito un buon contatto con cui ho chiacchierato in questi giorni, cioè diorama: “un diritto garantito a condizione di superare un test non è un diritto, ma un privilegio a cui solo chi già gode di altri privilegi può accedere”.

Credo di non essere l’unico a pensare questo: come ha spiegato un altro contatto con cui ho parlato, Ila, bisognerebbe fare in modo che tutti siano in grado di votare sapendo a grandi linee di cosa si stia davvero parlando, senza cascare nella propaganda più becera e vuota. Per far questo basterebbe potenziare davvero ciò che si dispone, e ampliare se necessario.

Finora, chiunque abbia proposto questo patentino ha altresì sottolineato l’importanza di aumentare la scolarizzazione, diffondendola magari a livello capillare. Il problema è che si fermerebbe alla sola finalità di passare questo fatidico esame. Oltre a chiedermi chi controllerebbe questo esame, e con quali garanzie si verrebbe giudicati, lo trovo senza senso: perché limitare la scolarizzazione alla singola necessità, quando è possibile estenderla a tanti altri, fino a includere tutti? E poi, quanto ci assicura che la risposta sia genuina, e che abbia votato come si sperava?

Ci sarà sempre qualcuno che non capirà. Al netto di chi non vuole capire, chiedersi come siamo arrivati a questo sarebbe dimostrazione di logica e buonsenso, finalmente distaccati dal quel supremismo e fanatismo di cui si sono tinti nel corso del tempo, immersi nel cinismo tossico.

Purtroppo non posso fare altro che accettare quello che temevo: chi propone un patentino di voto non lo fa solo per tutelare la democrazia, la libertà di voto e via discorrendo. Alla fine del mio precedente post avevo accennato che, forse, a queste persone manchi qualcosa che non vogliono dare a vedere.

E a giudicare dai commenti e dall’aria che tira, si conferma che si è persa l’empatia, la capacità di indagare per capire, anziché classificare, ostracizzare, colpevolizzare. Vince chi è più cinico, chi umilia l’avversario umiliante, e chi dimentica in fretta il perché quella persona è umiliante. L’unica fortuna che hanno queste persone è di essere, mentalmente parlando, da una parte percepita giusta.

Temo di dover confermare che per loro, i propositori del “patentino”, non è una richiesta di mantenere alto il nome della democrazia, ma mera voglia di versare cloro nel pool genico, sperimentando con chi ritengono “inferiori” per eliminarli. Si urla e strepita a proposito degli avversari, ma sempre si sussurra del fuoco amico. Finché ci si trova nel lato “giusto” della storia, tutto è concesso, anche liberarsi del dolore di essere un uomo.

Per questo e altri motivi, alcuni già scritti qui sopra, non appoggerò mai chi blatera di patentini di voto finché ci sarà sempre questa componente meschina.

Mi permetto giusto di linkare il divertissement di diorama che sintetizza al meglio ciò che penso, e ha quella verve provocatoria che mi manca.

Per il resto, credo di aver detto abbastanza.

Perché odio il “patentino di voto”.

Mi permetto giusto un piccolo sfogo. D’altronde, il blog è nato per questo tipo di eventualità: poter raccontare in lungo e in largo ciò che penso, senza le restrizioni e la scarsa attenzione dei social network più blasonati. Sono cose che non posso esprimere riassumendo, e che la rabbia e la frustrazione mi dicono a gran voce di buttare fuori dal mio petto.

Se c’è un argomento che non sopporto è quello a favore di un presunto “patentino di voto”. È un’idea che vedo in bocca a tantissimi, soprattutto a chi sostiene di essere dalla mia parte politica. La sento ventilare molto spesso in corrispondenza di uno stato di estrema frustrazione, specialmente di fronte a notizie agghiaccianti di episodi di razzismo, sessismo e revisionismo storico. È un desiderio che capisco nella sua concezione, ma che non riesco a condividere pienamente.

Quand’ero su Facebook, non era raro leggere commenti e lunghe conversazioni in cui si auspicava una forte restrizione del diritto di voto a questa o quella categoria di persone definite analfabete funzionali. Anche queste ultime due parole sono state usate così tanto, e a sproposito, da aver perduto il loro senso originale. Nel giro di pochi anni è diventato l’insulto numero uno di una certa schiera di utenti autoproclamatisi, anche in silenzio, “moralmente superiori”. Divulgatori scientifici come Burioni, giornalisti fact checker, siti antibufala tra cui “Bufale un tanto al chilo” e “Bufale.net” hanno sdoganato in passato quelle due parole nell’accezione umiliante e denigratoria: soprattutto i siti demistificatori, descrivevano la persona che ha diffuso la bufala demistificata come “uTonto” – questo nei giorni tranquilli. In alcuni casi, tutte le categorie citate sembravano correggere il tiro adoperando l’espressione “analfabeta funzionale”, ritenendo queste parole erroneamente molto meno aggressive in senso esplicito. Con questo tipo di incentivo, il pubblico e i commentatori, dato che alcune compagini politiche hanno diffuso notizie e dati fasulli per rinforzare o convertire alla propria causa i votanti e gli indecisi, sono arrivati a usare quella definizione complessa in nuce per etichettare l’avversario nel modo più piatto possibile.

Curiosamente, gli stessi utilizzatori del termine in senso dispregiativo sono stati anche i primi a fornire una spiegazione del fenomeno: una mossa che spiegava sicuramente il termine, ma non l’uso che essi ne facevano, supporter inclusi.

Questa continua confusione al limite della schizofrenia ha esacerbato la discussione di un problema effettivamente riconosciuto, lasciandolo in balia di risatine, ammiccamenti e classismo generale. Il che ha portato al desiderio, per me scellerato, per altri liberatorio, di un “patentino di voto”.

Intanto parto dalla giusta definizione. Mi rifarò a Wikipedia per semplicità, ma la questione è molto ampia e invito chiunque a informarsi. L’illetteratismo, altrimenti detto analfabetismo funzionale, è “l’incapacità di usare in modo efficace le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana”. Chi è illetterato è incapace di comprendere, valutare e usare le informazioni incontrabili nell’attuale società.

Un analfabeta funzionale si distingue per le seguenti caratteristiche:

1) incapacità di comprendere adeguatamente testi o materiali informativi pensati per essere compresi dalla persona comune: articoli di giornale, contratti legalmente vincolanti, regolamenti, bollette, corrispondenza bancaria, orari di mezzi pubblici, cartine stradali, dizionari, enciclopedie, foglietti illustrativi di farmaci, istruzioni di apparecchiature;

2) scarsa abilità nell’eseguire anche semplici calcoli matematici, ad esempio riguardanti la contabilità personale o il tasso di sconto su un bene in vendita;
scarse competenze nell’utilizzo degli strumenti informatici (sistemi operativi, uso della rete, software di videoscrittura, fogli di calcolo, ecc.);

3) conoscenza dei fenomeni scientifici, politici, storici, sociali ed economici molto superficiale e legata prevalentemente alle esperienze personali o a quelle delle persone vicine; tendenza a generalizzare a partire da singoli episodi non rappresentativi; largo uso di stereotipi e pregiudizi;

4) scarso senso critico, tendenza a credere ciecamente alle informazioni ricevute, incapacità di distinguere notizie false dalle vere e di distinguere fonti attendibili e inattendibili.

Wikipedia, “Analfabetismo funzionale”

Alla luce di questo, possiamo tranquillamente dedurre che si tratta di una questione dalle innumerevoli sfaccettature fin troppo spesso semplificata, anche per scherzo, nella vita di tutti i giorni.

Cosa c’entra tutto questo con l’idea di un “patentino di voto” risulta piuttosto evidente. Una delle formulazioni più comuni è questa: se l’individuo ha meno di 70 anni, ma le sue conoscenze generali sono poche o nulle, non sa coniugare i verbi, non ha conoscenze base di matematica, storia, geografia, etc.; se insomma l’individuo non è sufficientemente acculturato, non può né deve esprimere la sua preferenza tramite il voto. È una forma di suffragio ristretto, limitato al grado d’istruzione.

Il problema è evidente: nell’elogio dell’individuo acculturato e dandogli questa capacità esclusiva di votare con coscienza e giustezza, si commette una discriminazione più grave, anche più subdola. Si elogiano le singole capacità intellettuali, ma non si tengono conto delle deprivazioni psicologiche. Chiunque può tranquillamente recitare a memoria il canto XXX dell’Inferno di Dante, e carpirne tutti i riferimenti storici, politici, umani e filosofici in esso contenuti, ma quanti di essi capirebbero davvero le conseguenze del proprio voto al di là dell’immediato? Ci saranno sempre e comunque individui che andranno contro gli stessi interessi dei loro simili, perché possiederanno comunque, a livello intrinseco, una deprivazione che nessun grado di cultura potrà colmare.

Chiunque abbia sempre proposto questo patentino ha anche avanzato l’ipotesi di aumentare la scolarizzazione, diffondendola magari a livello capillare, alla sola finalità di passare questo fatidico esame. Addirittura, qualcuno si fa avanti dicendo che per ottenere il patentino sarà sufficiente prepararsi per un esame dedicato, una sorta di test attitudinale “per verificare l’attendibilità del soggetto votante”. Di nuovo, un altro modo per capire chi è acculturato, e niente più.

A chi muove questa proposta racconto una storia molto illuminante, che mi ha raccontato un caro amico, che ora non è più con me. All’università frequentata dal mio amico c’era questo professore laureato in Matematica, rispettato da tutti e considerato un ottimo professore appassionato della sua materia. Un giorno, durante una lezione sull’applicazione della matematica nella vita di tutti i giorni, il professore arrivò a spiegare l’esistenza di un presunto complotto ordito dalle banche di tutto il mondo, chiamato signoraggio bancario. Gli studenti sollevarono un lieve brusio, ma la lezione continuò e la cosa sembrò finita lì. Il mio amico si presentò dal professore il giorno del ricevimento, e prima di lui entrò un ragazzo che, dopo aver chiesto delucidazioni su un altro argomento, gli disse che la teoria del signoraggio bancario in cui credeva era infondata. Il professore lo ringraziò per averlo corretto e lo salutò.

Quando il mio amico entrò, il professore lo accolse con un enorme sorriso. “Ha visto?” gli disse. “È venuto qui per farmi cambiare idea, e l’ho fregato. Ci provano proprio tutti, sa?”

Storie come quelle che ho raccontato mi ricordano il test Voigt-Kampff ne “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”. Un test avanzatissimo viene adoperato per separare i replicanti dagli esseri umani, i primi descritti come incapaci di provare alcuna empatia; un test avanzatissimo, certo, eppure fallimentare, proprio perché alcune tipologie di esseri umani – come gli schizofrenici – possono passare per replicanti. Il che significa che alcuni replicanti possono superare il test e passare per esseri umani. L’importante è dare la risposta esatta, anche quando è contraria a ciò che si crede, per farla franca e andare a votare.

Ogni volta che qualcuno propone questo suffragio ristretto, esclude le dinamiche psicologiche inerenti ciascun individuo. L’importante, per qualcuno, è saper fare di conto, tenere a mente la storia, sapere un po’ di diritti, e via a votare. Nessuna domanda sul perché la gente creda alle bufale, nessuna soluzione per arginare il fenomeno. Non esiste una vera e propria cultura dell’empatia, specialmente per chi è incapace di andare al di là del proprio naso.

A questo punto, posti di fronte a queste problematiche, i propugnatori del “patentino di voto” arrivano a un piccolo compromesso: offriamo alla popolazione delle sedute da uno psicoterapeuta, al termine delle quali, dopo un certo periodo di tempo, devono risultare idonei per poter votare.

Escludendo la domanda sulle qualità dell’idoneità richiesta, senza voler necessariamente tirare in ballo i costi di una simile azione o gli ovvi quesiti etici e morali, io mi chiedo: quanto tempo è abbastanza per questi signori? Una seduta dallo psicologo non è sufficiente a stabilire il grado di gravità della persona, a meno che non sia un caso già noto; perché la psicoterapia sia efficace, sono necessarie più di qualche seduta. A seconda del tipo di problema e della capacità esaminatrici della stessa persona in analisi, potrebbero volerci anche anni per sradicare per il pregiudizio o la deprivazione più “semplice”. E questo, di nuovo, al netto dell’onestà della persona in analisi e della capacità dello psicoterapeuta di capire la menzogna. Non è roba risolvibile in tempi brevi e definiti, e l’imposizione non aiuta.

Il fatto che i difensori del “patentino” non tengano conto di queste dinamiche e le considerino alla stregua di minuzie mi preoccupa non poco. A maggior ragione chi, pur riconoscendo questi forti limiti, continui ancora a diffondere a gran voce quest’idea. È un segnale molto forte, per me importante, che nella fretta e furia della discussione si può, o si vuole?, far passare in sordina.

Che anche loro, forse, hanno qualche limite che non vogliono si riconosca.

Scelte, compleanni, scuse accusatorie.

Ho il vizio di ascoltare le conversazioni dei viaggiatori che mi siedono intorno, quando sono sul treno. Spesso mi dimentico le cuffie, e le nuove abitudini che ho sviluppato per sopperire all’uso di Facebook non richiedono necessariamente l’ascolto di musica. Capita quindi che senta molto di ciò che viene detto dagli altri viaggiatori.

Potrei dire che la maggior parte delle conversazioni intrattenute, quando le teste non sono chine sul telefonino intente a seguire lo scroll infinito della app di Zuckerberg, ruotano tutte intorno all’ultima sparata del politico di turno, o sull’ennesimo video-bufala che i demistificatori chiariranno con troppo ritardo. Mi rendo conto, però, che andrei per le lunghe e finirei per deviare dalla riflessione che sento di dover fare, più per me che per chi legge.

Tra i tanti pretesti che sento usare per avviare o concludere una conversazione, ce n’è uno che vira su una gioia percepita. “Meno male che c’è Facebook, perché così mi ricorda quand’è il compleanno di Tizio, Caio o Sempronio”. Quando la sentivo dire, tempo fa, ci ridevo sopra. Non sono mai stato bravo con le date, mi davo come scusa il fatto che fossi costretto a impararne tante durante le lezioni di storia, e che in qualche modo avessi subito un sovraccarico. Mi ritrovavo anche io, dunque, in quella situazione, e mi sentivo tranquillo del fatto che ci fosse una applicazione che mi facesse ricordare, anche tre giorni prima, il compleanno di qualcuno fra i miei contatti.

Col tempo, però, le scuse sono venute meno. Nel corso degli anni, complice anche un lavoro da libero professionista dove gestire il proprio tempo diventa importantissimo, ho dovuto imparare nuovi modi di gestire il proprio tempo. Uso un metodo chiamato bullet journal, che prevede massima libertà espressiva e creatività usando quaderni puntinati, ma il web è pieno di altre soluzioni anche più comode. Non sono mai stato dell’idea che il lavoro debba essere di troppo intralcio alla vita, complice anche il modo in cui mio padre si ammazzava e si faceva ammazzare di lavoro, non conoscendo altro al di fuori di esso. Così, ho iniziato a segnarmi le date dei compleanni di chi avevo cura, come anche ricorrenze e appuntamenti con gli amici.

Non sono il tipo che va in giro a dire quando festeggia il suo compleanno ai quattro venti. A dirla tutta, lo dico solo se capita nella conversazione, se mi viene chiesto direttamente o se l’altra persona ha scambiato con me la sua data di nascita. Su Facebook questa cosa è venuta meno, per via delle notifiche quotidiane prima, e della possibilità di combinare il proprio compleanno a una donazione per buone cause, dopo. Dal vivo, però, l’ho sempre chiesto nel momento in cui capitava l’occasione o il discorso.

Precedentemente avevo scritto che non sarei mancato a nessuno, ma la realtà era più rosea giusto d’un filo. Quasi due ore dopo aver disattivato in maniera definitiva il mio account su Facebook, alcuni mi hanno chiesto in privato il motivo dietro quella scelta. Queste erano persone con le quali avevo raramente intavolato conversazioni, molto spesso intorno a temi leggeri, come l’ultimo disco metal, o le citazioni delle “Bizzarre Avventure di JoJo”, o addirittura l’ultimo libro letto. Sciocchezze, per qualcuno, ma con un mondo sempre più violento e un social sempre più polarizzato verso l’aggressione verbale, elogiante e accondiscendente verso figure fasciste e dedito alla gogna mediatica dei deprivati economici, psicologici e sociali, erano un sollievo non indifferente da provare.

Vorrei poter dire lo stesso di altre due persone.

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“E se capitasse a te?”

Quando uno sbaglia nei tuoi confronti, considera subito quale opinione sul bene o sul male lo ha spinto all’errore: se riuscirai a capirlo, proverai compassione per lui e non sarai più sorpreso né adirato. Infatti, se hai ancora, anche tu, la sua stessa opinione del bene, o ne hai una simile, devi scusarlo; se invece la tua opinione del bene e del male non è più di questo genere, ti sarà più facile essere indulgente con chi sbaglia.

Marco Aurelio, “Pensieri”, VII, 26, Garzanti.

Tre anni fa avevo trovato lavoro presso l’aeroporto della mia regione. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, il lavoro aveva poco a che vedere con l’aeroporto stesso. Avevo il compito di intervistare i viaggiatori di voli internazionali in attesa e in arrivo, chiedendo loro di parlare del viaggio da loro intrapreso e quanto avessero speso, grossomodo, durante la permanenza in Italia. Sulle prime avrei dovuto godere dell’aiuto di un secondo intervistatore, ma mi venne detto che lo scalo che la distanza tra il piano degli arrivi e quello delle partenze non era sufficientemente grande da giustificare i costi per la presenza di qualcun altro. Mi capitava così di rimanere molto spesso in un limbo, perché gli aerei intervistabili erano rarissimi quando non addirittura assenti.

Ero solo, in un ambiente enorme e straniante, al netto dell’asettico; sospeso in attesa di chiunque per somministrare interviste, l’unica forma di contatto umano per sei ore abbondanti. In capo a mezz’ora, col passo lentissimo e inesorabile del ghiaccio sull’acqua in un giorno d’inverno, mi assaliva il terrore di non farcela. Mi trovavo chiuso in un edificio così grande, eppure così limitante, e il mio pensiero restava bloccato in una scatola buia. Passavo le ore così, bloccato in un unico punto dell’aeroporto; l’unico sfogo era andare su Facebook, anche per molte ore, spesso commentando senza capo né coda.

La mia sofferenza venne lenita molti mesi dopo con l’incontro con Anna. Anna era una intervistatrice come me, ma somministrava un questionario leggermente diverso. Ci scambiammo un paio di chiacchiere, ci offrimmo a vicenda un caffè e una spremuta. Inevitabilmente feci virare il discorso: le dissi che mi sentivo molto solo, che questo posto mi faceva tanta paura. Lei mi fece cenno di seguirla e mi portò in giro per l’aeroporto. Parlammo un po’ con tutti, chiacchiere leggere e spesso frivole, ma fu un enorme sollievo parlare di cose al di fuori delle domande prefissate.

Questo finché non conobbi Giacomo.

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Mai leggere i commenti?

Non guardo la televisione circa una quindicina d’anni. Ho un televisore in sala la cui unica utilità come elettrodomestico è raccogliere pulviscolo. Mi ritengo una persona che legge, acquisto anche una ventina di libri l’anno, rigorosamente in libreria; leggo soprattutto libri di filosofia, passione che ho iniziato a coltivare da pochissimo, e saggistica di attualità. Non guardo il calcio, non bado al Grande Fratello o ad altri reality show, penso che i panni sporchi vadano lavati in casa. Taccio sulla “tivù del dolore”. Gli unici programmi che mi concedevo erano quelli di cucina, ma l’avvento di “Hell’s Kitchen”, “MasterChef” e altri programmi nati su quel solco mi ha fatto perdere l’interesse. In essi ci vedevo una dinamica di abuso e competizione che viene fatta passare per giusta senza obiezioni: l’esperto può permettersi di insultare e sminuire qualunque lavoro, a volte anche insinuando cose più pesanti, perché è un esperto che fa ironia e bisogna abbozzare restando al proprio posto. Curioso come poi questo non accada nella versione dedicata ai bambini, lasciando però la competizione non sana. Altri programmi che non seguo sono quelli in cui uno dei cuochi resi famosi negli spettacoli di cui sopra fa il turista presso strutture fatiscenti, ed elargisce consigli a modo suo per piacere della telecamera, come il manesco Cannavacciuolo o l’urlante chef Ramsey.

Nella sintesi dei freddi termini di mercato, il sottoscritto è fuori dalla maggior parte dei target demografici ai quali la televisione è mirata. Il fatto che non guardi la tivù non è coinciso, però, con il mio completo disinteressamento verso la stessa. Questo perché la televisione è ancora una maestra che insegna inarrestabile modi di confrontarsi con il pubblico, ereditati da altre fonti come Facebook e YouTube, facendo passare messaggi contradditori.

Per questo motivo seguo un blog dedicato, all’indirizzo TVBlog.it; lo adopero alla stregua di un archivio di rapido accesso. Ricordare episodi come l’aggressione pacata, ma psicologicamente virulenta di Barbara D’Urso all’accusa di aver orchestrato una “trappola” acchiappa-ascolti torna spesso utile nel raccontare una cronistoria dello sdoganamento delle dinamiche tossiche.

TVBlog non è mai stato un blog altisonante, ma in una decina d’anni si è ritagliato un posto su Internet e lo ha mantenuto con dedizione, spesso producendo anche dei buoni articoli di critica televisiva. Come è logico aspettarsi per tutte le cose che continuano la loro corsa, il tempo, la fatica e i numerosi cambi di direzione della testata in nome della competizione hanno avuto la meglio sullo spirito originale del sito. Il culmine è stato raggiunto con la cessazione delle attività per un fallimento mai pienamente spiegato, che ha spiazzato molti articolisti bloccando loro l’accesso agli strumenti di pubblicazione per alcuni giorni.

Da quel giorno di dicembre in poi, TVBlog non è più TVBlog. Complice anche una emorragia di articolisti effettivamente brillanti che si sono scrollati di dosso il latte della gavetta, i toni del blog sono cambiati. I loro articoli raffazzonati conditi da falsi moralismi rendono il piacere della lettura una seccatura evitabile; le esclusive per TVBlog sono come la luce della Luna: riflessi di articoli migliori, lontani e inaccessibili perfino a chi li scrive. Pur non essendo mai state il fiore all’occhiello del sito, le interviste hanno smesso di essere puntigliose e dirette, in favore di un metodo non dissimile dalle interviste sdraiate.

Infine… i commenti.

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Perché sono qui. (3)

Ultima, ma non per importanza, arrivò la delusione umana. Parole non passeggere, frasi dal peso insostenibile, pronunciate da quelle persone che odiavano quel veleno chiamato “cinismo” che dicevano di combattere, ma nel quale al tempo stesso si indulgevano volentieri. Il più delle volte accadeva volontariamente, perché sapevano di avere dalla propria una forma di “consenso generale” per il quale “Tutto il mondo è così, bisogna accettarlo”. Un mondo che però, paradossalmente, detestavano proprio per quelle dinamiche in cui decidevano di rifugiarsi spesso e volentieri.

Quelle persone le avevo chiamate “amiche”, con loro avevo anche affrontato battaglie civili. Col tempo avrei imparando a distanziarmi da loro, con la triste consapevolezza che ero stato solo una nota a pie’ pagina nelle loro vite.


Quello che vado a raccontare è un sunto della storia trovata sul profilo di una ora ex-giornalista di “Fanpage”. L’otto maggio del 2019 era prevista l’ennesima manifestazione nazionale dei no vax contro l’obbligo vaccinale, ma c’è stato un dietro le quinte piuttosto vergognoso. La manifestazione era stata proposta e organizzata da una coppia dell’ambiente, la quale aveva ricevuto alcune donazioni. Suppongo che il gruzzolo fosse sufficientemente sostanzioso, sarebbe stato utilizzato per pagare attrezzature e noleggi in occasione della manifestazione. Pochissimi giorni prima della manifestazione, la coppia aveva contestato gli altri promotori, accusandoli a loro dire di aver fatto la cresta sulle donazioni ricevute. Questa “cresta” sarebbe servita per finanziare analisi non del tutto trasparenti, operate da eminenze opache, e ritenute insoddisfacenti dagli stessi sostenitori no vax. Tale coppia ha annunciato che non avrebbe più partecipato alla manifestazione, e l’organizzazione sarebbe passata di mano a un altro esponente. Quest’ultimo avrebbe dovuto incontrarli nel breve termine per assicurarsi il passaggio della staffetta, ma in un ulteriore colpo di scena, la coppia aveva annunciato che si sarebbe tenuta tutti i soldi delle donazioni ricevute, e li avrebbero adoperati per ulteriori analisi su un altro vaccino considerato “pericoloso”. La base si è sentita truffata. Pacco, doppio pacco, contropaccotto.

Mi ritengo una persona dotata di buonsenso e di un minimo di spirito d’umana comprensione. Non ho idea di quali siano le opinioni dei lettori di questo blog, ma la mia è piuttosto tranciante. È mia opinione che il movimento no vax sia basato su bugie altisonanti e dinamiche tossiche. Prendono per mano il cuore delle vittime o di chi pensa di aver subito una ingiustizia, ne solleticano il loro desiderio di giustizia e lo riflettono in un gioco di specchi deformanti, allo scopo di far combaciare quelle immagini distorte da odio, disinformazione e logica settarista con la loro nuova identità da “risvegliato”. È nobile porsi domande, andare controcorrente, esporre una ingiustizia al costo di perire; è altrettanto sagace però valutare ciò che si ha in mano e far sì che i mezzi per comprendere la distinzione tra falso e reale siano alla portata di tutti, in particolare delle vittime che si pretende di difendere. La salute è una questione che riguarda tutti, ma non penso sia questo il modo migliore per smascherare le ben note magagne del sistema medico, farmaceutico e compagnia cantante.

Non mi ritengo l’eccellenza in termini morali, etici o umani. So solo con certezza quello che ho provato io, da quanto emergeva da quella storia di cronaca. Ho provato la disperazione in cui vivono e sono costretti a vivere quei truffati, quei plagiati. Gente che crede o a cui viene fatto credere menzogne plurismentite, a cui viene fatto passare il messaggio che la diffidenza verso tutto e tutti sia necessaria, perché “gli altri non capiscono il nostro dolore speciale”. Persone che hanno sentito la terra togliersi da sotto i loro piedi, che hanno visto il loro mondo crollare a pezzi, e che hanno deciso di credere a qualcosa che non esiste perché credono di non avere più niente da perdere, neppure la loro dignità e sanità mentale.

Utopicamente, penso che chiunque potrebbe pensarla così. Invece succede che quelle persone che si dicono umane, che abitano una pelle non dissimile dalla mia, gongolano di tutto ciò.

E si permettono di scrivere questo.

Se sei un coglione, ti meriti di essere truffato da tutte le Wanna Marchi del mondo.

Un commento da numerosi like e reazioni ilari che lì per lì avrei anche trascurato. Avevo già avuto modo di sperimentare l’abbacinante cinismo e cerchiobottismo di certe persone, e di queste ne ho parlato in precedenza. Sono perfettamente conscio di avere spesso pensieri tutt’altro che aderenti a una norma percepita come giusta. Non è un vanto né un difetto: è una mera constatazione della realtà.

Quello che mi fece male è che quel commento l’aveva scritto una persona che ritenevo vicina in termini di pensiero, e tra quelle risate e like c’erano altri con i quali avevo condiviso battaglie e sfoghi privati.

C’era soprattutto quella parola a darmi fastidio, a farmi innervosire per la violenza che emanava. Una parola di sole otto lettere, ma dalla malignità incredibile: “meritare”.

Un insieme di persone plagiate, di truffati che diventano truffatori, erano diventate per loro un giusto bersaglio; la truffa trova spazio nella cornice di una giusta punizione. Citano il karma, la legge dell’attrazione, e concludono spesso esplicitamente con una singola considerazione: “Se la sono cercata”. Il tutto liquidato da una battuta cinica, perversa e crudele, per raccattare l’approvazione di altrettanti sarcastici – gli stessi della ragazza contro l’INPS, non uno di meno. Quelle persone che ridono, mettono like e scrivono battute così argute, sono le stesse che si guardano bene dal farsi fare le pulci sulla loro vita. Men che meno sul fatto che loro stessi, in qualche modo, siano finite vittime delle conseguenze delle loro idee confuse, o di giudizi distorti o affrettati.

Qualcuno di loro era uscito da una relazione violenta, abusiva e manipolatoria. Avrebbe continuato ad accettare quei ceffoni dalla bestia manipolatrice che abusava del suo amore, o meglio, della infatuazione nei suoi confronti? In quel momento, quel qualcuno era alla mercé del violento ricattatore, era un “coglione” nella dinamica del sopruso. Avrebbe voluto accettare la cosa, o ha forse scelto di chiedere aiuto e comprensione?

Qualcun altro era stato plagiato dai no vax a tal punto da aver speso soldi, tempo e famiglia in un pericolo inesistente. Mi ha stupito come, di colpo, non gli facesse ribrezzo sapere che avrebbe potuto ancora essere dalla loro parte, “meritevole” dello scherno, della truffa, del danno e della beffa; sembrava che la fuga da quel gruppo e il passaggio al “lato giusto” della conversazione avesse dato la scusante per riderne senza pensarci, senza imparare. Eppure, come altri, aveva anche in questo caso chiesto e ottenuto comprensione e sostegno.

Ma il fastidio più grande, l’arroganza più insopportabile, provennero tutti dall’utente che aveva scritto il commento sopra citato. Soprattutto perché, in altre occasioni, avevo difeso quell’utente.

Nel periodo successivo all’elezione di Virginia Raggi a Roma, quell’utente aveva iniziato a commentare e scrivere post, spesso provocatori più che satirici, contro l’amministrazione del candidato Cinque Stelle. Sotto uno dei tanti articoli cui commentava in maniera quasi compulsoria, l’utente venne circondato da simpatizzanti e odiatori grillini. L’utente replicò come suo solito, attaccando a oltranza, finché non venne insultato come “saponetta” nei suoi riguardi. Ne seguì un post fortemente indignato dalle parole di fuoco sottolineò “l’antisemitismo dei militanti grillini”. D’altronde, l’utente aveva parte del suo albero genealogico annientato dalla Shoah e aveva fatto in modo che la propria eredità ebraica fosse il suo punto di forza, facendo sensibilizzazione anche nelle scuole.

Un contatto di un altro utente a noi in comune si intromise nel discorso a gamba tesa. Aveva assistito alla scena, ma anziché appoggiare o fornire aiuto per un evidente insulto antisemita, si limitò a riportare i commenti provocatori dell’utente insultato. In calce, solo questa chiosa:

Se provochi con commenti di questo tipo, non ti stupire se ti chiamano saponetta: te la sei cercata, hai quel che meriti.

Quanto tempo fosse passato da quell’episodio, non lo ricordo di preciso, ma se perfino chi si era assunto il compito di essere “memoria storica” era caduto volentieri nel pozzo della Schadenfreude più squallida, avevo iniziato a pensare che avesse una scadenza. Il latte dell’umana bontà si era irrancidito, in loro: hai voglia a lottare contro il razzismo, il sessismo, la disinformazione; hai voglia a questo punto ad andare contro quelle persone che scrivono “Buon appetito pesci” ai migranti che muoiono in mare, mentre in foto stringono figli felici, paffuti e ben vestiti.

Non commentai. Dissi loro mentalmente di godersi la loro gioia infame; quasi li ringraziai per avermela mostrata. Paradossalmente, fu il loro cinismo a darmi uno dei “la” che mi spinsero ad abbandonarli, a cercare nuove amicizie.


Così, iniziai a tenere gli occhi aperti. Prima del magnifico 5 agosto, ho passato gran parte del mio tempo a registrare mentalmente quello che stava accadendo intorno a me. Ormai l’atto di scrivere su Facebook era diventato, a un tempo, un’azione pari a camminare a piedi nudi su pezzi di vetro, e una cartina tornasole per comprendere l’acidità di un sistema morente.

Negli ultimi tempi prima della disattivazione, avevo iniziato a raccontare episodi che mi capitavano sul lavoro, più che altro incontri con persone dal dubbio spessore morale ed etico. Contrariamente a quello che può fare un “Signor Distruggere” qualunque, il mio intento non era quello di deridere o fare una satira sui deboli, né tantomeno creare una classe di personaggi disagiati da etichettare come “inferiore” per sentirmi meglio al posto loro. Al contrario, volevo far passare il messaggio che il mondo stava diventando sempre più cinico, violento e crudele verso le differenze, verso la complessità del mondo. Avevo raccontato di un episodio particolarmente duro verso la mia persona, in cui qualcuno aveva avuto l’arroganza di definire il mio lavoro “una roba da rompicoglioni” e, di fronte alla difficoltà di quel lavoro che avevo esposto, si era permesso di dirmi “Cresci cucciolo, mi dispiace ma il mondo del lavoro è fatto così, c’è chi vince e chi perde”.

Avevo raccontato la storia per sfogarmi dopo una giornata lavorativa terribile, e per porre sul tavolo un problema che io, con le mani legate da un contratto di lavoro, non potevo affrontare come meglio avrei potuto.

Mi venne risposto che la mia frustrazione era comprensibile, ma si mettevano nei panni di quella persona che mi aveva dato del “bambino”, perciò era comunque colpa mia perché non mi ero scelto un lavoro migliore, “meno da rompicoglioni”.

Ancora quell’ottica della colpevolizzazione, ancora quell’essermi “meritato” gli insulti. Lo feci presente, e mi venne risposto che si voleva soltanto “fare un discorso generale” su una questione che preoccupa gli altri per trovare “una soluzione conveniente”. Non specificò per chi. Nonostante sottolineassi che fosse un semplice sfogo, e nulla più, era chiaro che in quella questione la mia frustrazione non aveva senso di esistere. Dovevo solo abbassare la testa e tenermi la colpa di un lavoro infelice. Una cosa che vidi dimostrata poco tempo dopo nelle parole di un mio contatto, che sdoganò il suo fastidio verso “gente come [me]” che la fermano e le fanno domande, a cui rispondeva per il solo gusto di rovinare la media.

Nei gruppi Facebook in cui mi ero iscritto per svagarmi, per raccogliere informazioni utili o magari rimanere in contatto con alcuni amici lontani, ogni volta accadeva qualcosa che mostrava il loro lato peggiore. I gruppi dedicati alla città in cui si vive erano diventati ancora più asfissianti per il miasma di propaganda politica e post razzisti, sessisti, omo/bi/transfobi, spesso tenuti in vita in nome di una “lotta al politically correct“. Un gruppo dedicato a un noto fumetto Disney figurava molto spesso epiteti volgari e indecenti normalizzati come “battute goliardiche” sull’Undici settembre e sullo stupro. A nulla serviva far presente ai moderatori, i quali prendevano le difese in nome di una libertà di parola e di pensiero sempre a favore dei molestatori: chiunque trovasse quelle battute orribile veniva schernito dai membri del gruppo, radunati tutt’intorno al diverso, accusato di “moralismo” e, nei casi migliori, bandito senza troppi ossequi.

In un altro gruppo dedicato all’autismo e alla sindrome di Asperger, il fenomeno Greta Thunberg aveva fatto irruzione con la stessa prorompenza di un barile di dinamite. Nonostante quanto stia per scrivere, la sua aumentata presenza mediatica mi ha permesso di capire la bassa statura umana che alcuni tendono a raggiungere, e sentono  di essere orgogliosi di comunicare.

Anziché tessere elogi, qualcuno trovò il modo di inondare il gruppo di immagini grottesche, al limite dell’ipersessualizzazione, contro la ragazza, non tanto contro il suo messaggio. Alcune di queste immagini “satiriche”, come intese quell’utente, contenevano diffamazioni gratuite basate sul nulla, come presunti legami con non ben definite lobby. Si trattava, beninteso, di un solo utente contro una pletora di post e commenti positivi che erano andati avanti per giorni. Segnalai la cosa agli amministratori del gruppo e, nel giro di cinque minuti, i post diffamatori erano stati rimossi.

Come anche quelli di elogio.

Assieme a quelli in cui si progettava di fare sensibilizzazione sul tema dell’autismo e della sindrome di Asperger, approfittando della comune diagnosi di Greta simile alla loro.

L’admin non tardò a far conoscere la sua decisione, presa “con la maggioranza dei voti” assieme agli altri e ai moderatori. In qualità di “genitore stanco ed esasperato, con prole autistica, che fa tanto per loro nel suo piccolo pur bevendo cannucce di plastica”, essendosi stancato di leggere di “questa Greta” ovunque, aveva deciso di vietare nuovi post sul tema, commenti inclusi, fino a quando questo fenomeno del gossip non finirà.

Non aveva punito l’insubordinazione, ma pur condannando gli effetti della sovraesposizione mediatica, aveva giudicato accettabile prendersela con chi affidava nel suo ruolo la più alta forma di fiducia. Un ruolo di cui avrebbe abusato pochissimo tempo dopo, negando la visibilità a un progetto legato alla rimozione delle barriere architettoniche e solleticando chi sosteneva che “queste operazioni non servono a niente”, “non c’è niente che possiamo fare”. Sempre rivestendo quello stesso ruolo, prese di mira i moderatori di un altro gruppo, meno faceto e più incentrato sulla corretta informazione. Lo fece deridendo il loro operato, accusando gli utenti di essere “casi umani” (autistici anch’essi, badiamo bene) ma guardandosi bene dal fare nomi perché sia mai che si sentano importanti.

Il gruppo era diventata una piazza in attesa della prossima vittima della berlina. Tra coloro che commentarono ilari quella che per molti passò come un semplice sfogo personale, trovai due persone con i quali spesso chiacchieravo, che consideravo sufficientemente intelligenti e maturi da non scadere nell’attacco mistificatorio. Ammisero candidamente che stavano lì non più per aiutare, bensì ad aspettare il nuovo caso umano e il modo in cui uno dei moderatori avrebbe reagito, magari mostrando pietà anziché comprensione.

E quel moderatore in particolare, fortuna loro, ero io.

Fui tentato di rispondere loro nella maniera più furiosamente cristallina possibile, dopodiché mi resi conto che forse la soluzione migliore l’avevano già applicata loro stessi.

Avevano scelto la voglia di deridermi. E io, nel mio ritrovato mutismo conservativo lasciai quella conversazione come un uomo al volante passerebbe oltre la tragica scena di un incidente devastante: poco dopo aver visto i rottami fumanti e i corpi avulsi, li dimenticai a loro stessi.


Accaddero altri episodi. Altre storie di ordinaria dimenticanza di umanità che non racconterò qui – non ancora, non adesso, con molta calma. Leggevo Bifo, mi facevo folgorare da Cronofagia di Mazzocco. Collezionavo delusioni su delusioni e continuavo a sentirmi fuori posto, come il tassello di un puzzle diverso da quello in cui viene trovato. Finché in quel magnifico giorno, finalmente, tutto iniziò a sembrarmi al posto giusto.

Mi sembrava di aver capito come sarebbero andate le cose, da ora in poi, su qualunque argomento in qualunque commento di qualunque persona sulla piattaforma. Fu come avere lo sguardo di un alieno del pianeta Trafalmador: tutto il tempo e tutto lo spazio e tutti i tempi e tutti gli spazi erano tutti lì, davanti a me, in contemporanea, chiaro come il sole. Sarebbe scoppiato l’ennesima polemica social, tutti avrebbero espresso la solita rabbia e indignazione a comando, sollecitata da quell’algoritmo con cui Facebook seleziona ciò verso il quale oggi bisogna spostare l’attenzione. Ci saranno stati commenti infuocati, almeno per 15 minuti buoni, finché qualcuno non avrebbe iniziato a lanciare insulti, tutti contro tutti, senza quartiere alcuno. Indignazione sulla quale i creatori di contenuti avrebbero ricavato attenzioni e importanza emotiva… ma al tempo stesso tutti sarebbero stati stanchi e frustrati dal vedere l’ennesima polemica social sollevarsi, e si sarebbero ritirati nel facile cinismo due-punto-zero, prendendo di mira gli “analfabeti funzionali” e al tempo stesso quelli che si indignavano, perché tanto nulla sarebbe cambiato stando su Facebook. Ciò avrebbe creato altro contenuto virale, tanto quanto quello dell’indignazione prêt-à-porter, perché stavano rovinando il loro momento di svago. Uno svago calcolato e successivamente manipolato su misura dalla stessa piattaforma che permetteva loro di indignarsi fino allo sfinimento. Fino a domani.

Questo vidi l’ultima volta il 5 agosto. Quel che vidi è, ancora adesso, indescrivibile quanto una geometria depravata immaginata dai Grandi Antichi di Lovecraft.

In uno dei rari momenti di lucidità personale, feci il gesto più sensato. Salutai tutti, poi disattivai il mio profilo e ancora dopo, tre mesi più tardi, iniziai l’opera di rimozione da quel sito maledetto.

Uno dei primi siti in cui incappai, cercando alternative al tempo sui social, parlava della possibilità di ridurre il proprio tempo su Facebook e altrove… ma solo nell’ottica di una maggiore produttività. In un altro, una blogger raccontava di quanto fosse bello ritornare nella vita reale, nel contatto umano, lontano dalle notifiche e dalle notizie ansiogene… ma sempre in un contesto narrativo secondo il quale Facebook è una droga e chi scrive un drogato in cerca di recupero.

Io non cercavo nulla di tutto questo. Non ero drogato, non sono drogato. Non ho bisogno di migliorare la mia produttività per compiacere chissà quale padrone.

Ero alla ricerca di una nuova umanità, di nuovi lidi in cui finalmente approdare dove non era necessario attaccare chi viveva forti deprivazioni. Come scrissi nel primo post, tutto era una continua pompa emotiva di urla e furore, di indignazione pilotata che dirige la rabbia dove si vuole, non dove si dovrebbe, e di cinismo.

Una pompa che prosciugava anima, mente e tempo personale.

Perciò… eccomi qui, a riprendere in mano il mio tempo e a liberarlo, a renderlo #tempo. Tempo mio, tutto mio, rivendicato con forza e umanità ritrovata.

Ora sapete perché.

Dove sono finito?

Come vanno le cose, lettori?

Alcuni di voi si saranno chiesti cosa sia accaduto per giustificare la mia assenza su questa piattaforma. Altri, soprattutto i nuovi lettori arrivati di recente, avranno visto una totale assenza di aggiornamenti e una serie di pezzi lasciati in sospeso. Per tutti, è lapalissiano, l’impressione è che questo sito sia un buon progetto iniziato nel migliore dei modi e presto, come un cantiere senza soldi né manodopera, avvoltolato nella polvere dell’abbandono.

Scrivo questo post soprattutto per chiedere scusa. Non ci sono state distrazioni a fermarmi dallo scrivere: al netto delle ore di lavoro e della stanchezza accumulata, buttare giù due righe per il blog non è mai rientrato tra le mie priorità quotidiane. Salvo alcune grandi eccezioni, non ho mai voluto condividere quello che ho passato nel corso della giornata: vuoi perché avevo qualcuno a cui raccontarla – amici nel concreto e più vicini, ma nella realtà, non solo nel virtuale – o vuoi perché mettevo la mia testa nelle condizioni di non pensare, ponendo i miei problemi in un angolo e lavorando nel sociale. Una mossa che si è rivelata, nel mio piccolo, assolutamente migliore.

Ci sono state anche numerose delusioni: oltre a quelle amicizie che tanto si vantavano di avere me, avevo creduto di aver trovato una persona speciale, ma per fortuna le cose hanno dimostrato l’esatto opposto, permettendomi di scappare velocemente. L’insieme di cose non è stato indolore e gli strascichi, purtroppo numerosi anche se solo a livello emotivo, sono stati forti al punto da avermi fatto dubitare di me stesso, della mia capacità di amare, di aprirmi a qualcuno senza restare ferito. Una di queste storie non la racconterò qui, almeno non ora. Non credo possa interessare, né che debba essere interessante. Le altre, invece, avrebbero dovuto essere integrate nella terza parte del motivo per cui sono qui: c’era bisogno che riacquistassi la distanza necessaria da quelle dinamiche, senza scadere in insulti gratuiti che offuscassero in me la possibilità di analizzare lucidamente i perché.

Per questi e altri motivi mi sono trovato bloccato in qualcosa di molto simile al “blocco dello scrittore”. Nella mia mente avrei voluto continuare la serie di post intitolati “Perché sono qui”, ma al tempo stesso non me la sentivo di scrivere. Credevo di aver perso il filo del discorso e, paradossalmente, di aver dimenticato il motivo per cui avessi scelto ciò che ho scelto. C’erano dei momenti in cui avrei voluto parlare d’altro, circumnavigando quel monolite che mi ero posto nella scaletta di cose da scrivere. Ci sono anche riuscito, ma mi sono sentito come se mi fossi preso in giro. Ho aperto un altro blog, ma da tutt’altra parte, e ho continuato a scrivere.

Avevo ancora voglia di scrivere quel perché, affinché qualcuno capisse e condividesse con me la necessità di quella fuga. Scrivevo qui, ma l’assenza di commenti – per dirla all’inglese, di feedback positivi o costruttivi – mi aveva spinto a non scrivere più. Ironia della sorte, la persona che effettivamente mi seguiva e incoraggiava a continuare è stata anche quella di cui il tempo ha rivelato la sua tossicità. E così… altro tempo senza scrivere due-righe-due.

È iniziato un nuovo anno, ho ritrovato la voglia di scrivere anche grazie ad altre persone che possono seguire e darmi consigli. So cosa voglio.

Entro la fine di questa settimana pubblicherò l’ultima parte del motivo per cui sono qui. Dopodiché tornerò a scrivere, sempre senza una scadenza prefissata e con il piacere di condividere, più per me stesso che per altri.

Scusate il disagio. Ci leggiamo tra poco.